Elisa Cattelan reinventa gli interni delle abitazioni per renderle appetibili nel mercato immobiliare e in quello dell’ospitalità.
La sua è una vocazione per la messa in scena che viene da lontano e che ha trovato realizzazione nell’home staging, una professione ancora poco nota nella Marca trevigiana.
Da quello che racconti del tuo lavoro, si direbbe che sei una sorta di scenografa delle case. Ma precisamente, in cosa consiste l’home staging?
Si tratta di uno strumento di comunicazione e di marketing immobiliare, utilizzato sia per la vendita che per l’affitto. Io lavoro appunto sia nel campo delle vendite che dell’ospitalità, e mi occupo di allestire l’interno di una casa e poi realizzare la cosiddetta fotografia immobiliare che serve a renderla appetibile per potenziali acquirenti o turisti. Ma non sono un interior design: loro si occupano di personalizzare l’ambiente, io invece lo “spersonalizzo”, cioè mi occupo di immobili già vissuti attraverso tecniche quali il decluttering (l’eliminazione del superfluo) e il relooking (il rinnovo dell’aspetto senza interventi strutturali).
Ma si trattano di allestimenti stabili o temporanei?
In realtà il campo delle vendite e quello dell’ospitalità comportano due approcci differenti: nel primo caso si tratta di un allestimento funzionale alla fotografia immobiliare ed eventualmente alla visita, ma non fa parte della vendita, nel secondo caso si progetta veramente l’interno che verrà utilizzato. Insomma nel primo caso offro al cliente un’idea dello spazio, nel secondo vendo una vera e propria esperienza per il turista.
I mobili che utilizzi per questi allestimenti da dove vengono e che fine fanno?
Io mi trovo ad avere a che fare con immobili già arredati, semi-arredati e vuoti perché ristrutturati: posso quindi utilizzare mobili presenti sul posto oppure mobili che fanno parte di un mio magazzino personale. Nel caso delle cucine, quando creo un allestimento temporaneo utilizzo cartonati stampati che hanno una rese fotografica uguale a quelle reali.
Ha parlato di “esperienza” come di un prodotto da vendere al turista, cosa intendi?
Per un turista straniero che viene in Italia la cosa più importante è assaporare la tradizione del nostro Paese, e la sua varietà paesaggistica: questa è l’esperienza che cerca ed essa inizia nel luogo dove si soggiorna. Ti faccio un esempio: mi è capitato di ri-arredare un appartamento vicino al ponte di Rialtro a Venezia. Il punto di partenza era un ambiente dall’arredamento moderno che aveva tantissima concorrenza, così ho deciso di fare un percorso inverso per farlo “tornare” a uno stile veneziano vintage. I turisti americani, che vengono da un Paese invaso dal modernismo, lo adorano e per questo motivo ora lo scelgono rispetto ad altri.
Sembra che gli stranieri preferiscano interni che a noi ricordano la casa della nonna o della prozia. Quindi tutti quei vecchi mobili che riempiono cantine e soffitte non sono da buttare?
Assolutamente no! Tutto il mobilio si può rivalorizzare, e io solitamente consiglio ai proprietari di vecchie case di non buttare nulla, ma pensare a uno modo per riutilizzarlo, oppure di venderlo nei tanti mercatini dell’usato che esistono oggi. Al limite anche regalarlo, ma mai buttare pezzi di storia che non vengono più prodotti: quello che per noi non ha valore può averne per qualcun altro.
La tua professione ha fatto propria una moderna concezione del riutilizzo insomma, ma questa rivalorizzazione del vecchio mobilio riguarda alcuni stili specifici che vengono richiesti?
Vengono molto richiesti lo stile country e il shabby-chic (che utilizza materiali invecchiati e usurati in chiave elegante), quindi ovviamente in questi casi riuscire ad avere pezzi originali in legno massiccio e ottone è molto importante. Ma capita anche di riutilizzare vecchi mobili in contesti più moderni, magari perché hanno un colore che ben si adatta al nuovo contesto.
Come hai deciso di sperimentare questa professione in un territorio dove è ancora abbastanza sconosciuta?
La mia formazione è nel campo dell’architettura e dell’arredamento, avendo studiato all’Istituto d’Arte di Vittorio Veneto, poi in passato ho lavorato anche come vetrinista. Nel 2016 lavoravo nell’ufficio tecnico di uno studio di progettazione e a un certo punto mi sono resa conto che mi ero stufata di stare sempre chiusa lì dentro. Volevo coniugare la mia formazione con la mia passione per la messa in scena, e ho capito che l’home staging era perfetto.
Immagino che la concezione dell’arredamento sia cambiata da quanto la studiavi all’Istituto d’Arte: l’home staging può aprire nuove prospettive?
A scuola si parlava di arredamento esclusivamente in termini di personalizzazione, mentre io oggi faccio esattamente il contrario. Al tempo progettavamo tutto a mano, oggi alcune agenzie sono andate già oltre l’uso del pc con autocad, e utilizzano l’intelligenza artificiale per fare home staging non fisico. In ogni caso credo che questa professione possa contribuire sensibilmente a valorizzare il nostro territorio, anche se devo dire che al momento è molto più facile trovare interesse nelle città che nelle strutture ricettive delle colline del prosecco. E dire che ci sono così tanti rustici e vecchie case abbandonate che aspettano solo di essere ripensate e offerte come esperienza esclusiva ai tanti turisti interessati…
Fabio Zanchetta