Dal tagliere alla tovaglia, l’arte di mangiare sul prato
l picnic, nella sua forma più autentica, è una faccenda seria mascherata da gita informale. Ci sono persone che ci pensano per giorni, che preparano liste, che valutano opzioni. E poi ci sono persone che prendono quello che capita e si siedono sul primo prato disponibile. Entrambe le categorie sbagliano, ciascuna a modo suo. La verità, come sempre, sta nel mezzo. Ci sono cinque cose che non si improvvisano.
Prima di tutto, la tovaglia. Non la cerata plastificata che si compra all’Eurospar per quattro euro e che al primo vento rotola via portando con sé mezzo tagliere. La tovaglia giusta è in tessuto, preferibilmente di lino o cotone spesso, abbastanza grande da coprire il prato senza lasciare angoli scoperti ai bordi. Quella a scacchi bianchi e rossi è iconica per una ragione: è la più bella. Se in casa ne sopravvive una, è il momento di tirarla fuori. Una buona tovaglia trasforma qualsiasi prato in una sala da pranzo.
Seconda cosa irrinunciabile: il vino fresco. Una bottiglia di Prosecco avvolta in un panno bagnato e messa all’ombra arriva ragionevolmente fredda per almeno un’ora. Il Verdiso, il Manzoni Bianco, o un Pinot Grigio dei colli trevigiani si comportano allo stesso modo. Per chi preferisce qualcosa di rosato, un Raboso rosato leggero è perfetto per i pomeriggi estivi. L’importante è che sia fresco, non gelido: il freddo estremo blocca i profumi, e i profumi sono metà del piacere.
Terza cosa: il tagliere. Sul tagliere va la sopressa della Marca tagliata a fette non troppo sottili, il prosciutto cotto in casa di qualche macelleria di fiducia, un pezzo di Casatella trevigiana DOP, un angolo di Asiago d’allevo stagionato. Aggiungeteci qualche oliva, una manciata di noci, il pane di mais. Il tagliere è l’ancora del picnic: tutto il resto ruota intorno a lui.
Quarta cosa: qualcosa di fatto in casa. Anche una cosa sola, anche piccola. Una torta salata con le zucchine e il formaggio fresco. Un barattolo di olive marinate. Una focaccia impastata al mattino. Non importa cosa – importa che ci sia il segno di una cura, di un tempo dedicato, di qualcosa che non si compra ma si decide di fare. Questo è il cuore del picnic, la parte che le persone ricordano quando tornano a casa.
Quinta cosa, la più importante: la compagnia giusta. Il picnic non funziona con chi controlla il telefono ogni tre minuti, né con chi si lamenta dell’erba umida o delle formiche. Funziona con chi ha deciso, almeno per qualche ora, di essere lì. Solo lì.
Con quella tovaglia, quel tagliere, quel vino, quel cielo.