Un viaggio inedito tra le pieghe del tempo: dalle misteriose origini paleovenete agli sfarzi dorati dei dogi veneziani, scoprendo un angolo di Veneto che non ti aspetti.

Quante volte passiamo accanto a un luogo senza immaginare minimamente cosa si celi sotto le sue piazze o dietro i sassi sbrecciati di un rudere in collina? Prendete Cordignano, per esempio. A prima vista potrebbe sembrare una tranquilla località adagiata tra l’altopiano del Cansiglio e il Friuli, ma se proviamo a raschiare la superficie, ci accorgiamo che questo fazzoletto di terra ha visto passare davvero di tutto, fin dalla preistoria.

Le tracce nel bronzo e il mistero del nome

Vi siete mai chiesti da dove derivi il nome di un paese? La risposta, quasi sempre, è un salto nel buio dei secoli. Nel nostro caso, il borgo non si è sempre chiamato così. Un tempo il capoluogo era conosciuto come San Cassiano al Meschio, mentre la parola “Cordignano” identificava nello specifico il maniero eretto su una rupe scoscesa a nord di Villa di Villa. Gli studiosi ci dicono che il termine ha le sue radici nella “curtis”, parola che indicava quei centri agricoli fortificati messi in piedi alla bell’e meglio per tentare di arginare le ondate barbariche. Da lì, col passare degli anni e la lenta trasformazione linguistica nel latino “Corticionus”, siamo approdati al nome che usiamo oggi. Ancora oggi molti abitanti del luogo identificano Cordignano con il toponimo San Casan.
Il territorio, che si spalma su oltre ventisei chilometri quadrati, è un vero mosaico di paesaggi: si va dalla zona umida delle risorgive alle alture aspre della montagna, passando per dolci colline cariche di vigneti. Ed è proprio curiosando alle pendici di un colle che qualcuno si è imbattuto in qualcosa di straordinario. Dalla terra sono spuntati i resti di un luogo di culto a cielo aperto e, cosa ancora più affascinante, delle statuine in bronzo a forma di guerriero. Questi reperti, che ricordano da vicino i ritrovamenti cadorini, ci raccontano di genti paleovenete e galliche che bazzicavano da queste parti ben prima dell’arrivo dei Romani. A fare da sentinella a tutto questo c’erano i “Castellieri”, i primissimi insediamenti difensivi preistorici, a dimostrazione che qui ci si doveva guardare le spalle da un bel pezzo.

Spade, crociate e le mura del “Castelat”

Aver costruito delle fortezze, insomma, non era certo un vezzo architettonico. I valligiani hanno dovuto fare i conti con un Medioevo tutt’altro che facile, in cui le invasioni erano praticamente all’ordine del giorno. Se riavvolgiamo il nastro fino al 1138, scopriamo che la cosiddetta curia di Cordignano finì nelle mani di Alberto di Collalto. Il motivo? Il nobile stava facendo i bagagli per andare a combattere in Terra Santa con le Crociate e decise di sistemare i suoi affari. In seguito, la giurisdizione della zona passò a Guecellone da Montaner, capostipite della potentissima famiglia dei Da Camino. Furono proprio loro a stabilirsi nell’antica roccaforte che oggi la gente del posto chiama affettuosamente “Castelat”, governandola per un paio di secoli.
Tra passaggi di proprietà ai signori da Carrara nel 1383 e atti di sottomissione firmati in tutta fretta per cercare un po’ di stabilità sotto l’ala della Repubblica di Venezia, la pace da queste parti rimaneva una bella illusione. Anche quando i Veneziani presero in mano la situazione, i guai non finirono certo. Vi basti pensare che nel 1477 spuntarono persino i Turchi, pronti a razziare e mandare in fumo tutto quello che trovavano sul loro cammino.

Sfarzi veneziani: quando il Doge andava in vacanza

C’è un momento preciso, però, in cui le sorti del paese cambiano improvvisamente marcia, almeno per l’alta società. Dopo essere stato amministrato dalla famiglia Rangoni, nel 1763 l’intero feudo venne ceduto a peso d’oro (9740 ducati, per spaccare il capello) alla nobile dinastia dei Mocenigo di San Stae. Fu l’inizio di una vera e propria età dell’oro. Immaginate la scena: Villa Belvedere si trasformava nel “buen retiro” estivo del doge Alvise IV, che si portava dietro una corte bella nutrita. Tra i divanetti e i saloni della villa ci si poteva imbattere in intellettuali del calibro di Carlo Goldoni o Gasparo Gozzi, saliti in collina per godersi la villeggiatura. Sempre in questa dimora, tra l’altro, aprì gli occhi per la prima volta Daniele Francesconi, l’uomo che a metà dell’Ottocento si farà notare comandando il battaglione dei Cacciatori del Sile per difendere Venezia.
Fa un certo effetto pensare a queste atmosfere sfarzose sapendo che, appena fuori dalle mura delle ville, la vita quotidiana era durissima. Carestie, miseria ed emigrazioni hanno segnato a lungo l’esistenza della gente comune. Un quadro che oggi è fortunatamente ribaltato grazie alla nascita di un solido tessuto artigianale e industriale che ha ridato ossigeno al territorio. E a ricordarci quegli antichi fasti ci pensa anche Villa Rota-Brandolini, tirata su nel Seicento da una famiglia di origini bergamasche, un gioiello che mantiene viva l’architettura classica delle ville venete di campagna.

Tele, altari e pennelli: l’arte che non ti aspetti

Non serve per forza mettersi in fila agli Uffizi per farsi una scorpacciata di pittura rinascimentale. A Cordignano, basta varcare la soglia delle chiese per trovare pennellate d’autore. Partiamo dall’arcipretale del capoluogo, dedicata a Maria Assunta e San Cassiano: lì, avvolti da uno stile tipicamente palladiano, spiccano due quadri firmati a metà del Cinquecento da Palma il Giovane (una Deposizione della Croce e un San Macario) e un imponente altare di legno popolato dalle sculture dei fratelli Ghirlanducci. Alzando lo sguardo verso il soffitto, vi accoglierà invece l’Assunzione della Vergine affrescata dal pittore bellunese Giovanni de Min a metà Ottocento.
Spostandosi nella vicina frazione di Pinidello, la piccola parrocchiale di Santo Stefano sa difendersi benissimo. L’edificio custodisce gelosamente una splendida pala d’altare di inizio Cinquecento realizzata da Francesco Pagani, con una Madonna in trono sorvegliata da Santo Stefano e Sant’Antonio Abate. A farle compagnia ci sono antichi affreschi attribuiti alla scuola tolmezzina (forse mano di Francesco del Zotto) che, con i loro colori ancora vividi, raccontano in presa diretta le scene della Passione di Cristo e la quotidianità degli apostoli. In poche parole, tra ruderi carichi di memoria e tele preziose, c’è un patrimonio intero che se ne sta lì in silenzio, pronto a premiare chi ha la curiosità di cercarlo.

Foto: Francesco Galifi